martedì 1 maggio 2012

Pilastrini, cappelle o edicole votive ancora oggi se ne incontrano parecchi, alcuni purtroppo in cattivo stato e senza più immagini sacre, altri invece ben custoditi e fatti segno di culto e preghiera. Sovente venivano costruiti nelle campagne, ai margini dei campi, degli orti , delle rive e dei boschi. Ancora oggi ne troviamo posti nei bivi, ai trivi o agli incroci delle strade che conducono ai piccoli centri abitati. Erano luoghi spesso scelti in funzione di indicare la via, di rassicurare il viandante che stava seguendo il percorso giusto e dargli conforto spirituale. Un tempo infatti le strade erano sentieri di terra battuta, buie, senza indicazioni, e di notte trovare un lumino acceso , se pur tenue, rassicurava. Non di rado pilastrini e cellette campestri sono sorti anche per sostituire le più antiche croci di devozione ,a loro volta impiantate su vecchi segni del culto pagano all’interno dello schema dell’antica centuriazione romana. A volte le immagini hanno la funzione di ex –voto, per ringraziare uno scampato pericolo, o per guarigioni miracolose ,per ringraziare della pioggia dopo una lunga siccità o in occasione di apparizioni mariane. Infatti la maggior parte delle immagini raffigurate in queste edicole rappresentano la Madonna, ovvero una figura di “mater”, che in ogni angolo della terra ha provveduto a proteggere e aiutare il popolo che a lei si rivolge. Altre immagini rappresentano San Rocco, San Martino, sant’Anna, insieme a tutto un assortimento di Santi protettori :quelli del raccolto insieme a quelli che salvano o difendono da qualcosa, quelli che aiutano a nascere e a morire e quelli a cui si chiedevano i miracoli della salute, le cosiddette “grazie”!

lunedì 23 aprile 2012

La mia meridiana.

La gnomotica: “Ars magna luci et umbrae”. “Gnomone”, così si chiama lo stilo infisso nella meridiana che con la proiezione della sua ombra segna le ore di luce. Fare una meridiana , un contaore solare,è un’operazione complessa, che richiede una lunga progettazione e il tempo necessario per darle atto e forma sulla parete prescelta. Da sempre gli uomini hanno chiesto alle meridiane che segnano l’incontro della luce del sole con le ombre in terra, qualcosa di più della misura del tempo, come se fosse un oracolo , un presagio del proprio esistere. E questa impronta personale è suggerita dal cartiglio ,dal motto o sentenza che arricchisce e personalizza ogni meridiana. Il tempo , lo sappiamo,è un inarrestabile succedersi di momenti -nascere morire, crescere amare, lottare soffrire-tutto, il bene e il male, ci viene scandito dalle ombre e dalla luce. Perciò, quando ho deciso di farmi costruire la mia meridiana, e ho dovuto scegliere il mio motto, ho deciso per queste tre semplici parole: “tempora bona veniant”. Se siamo in balia del tempo, tanto vale sperare nei “bei tempi”, un tempo clemente , magnanimo, armonioso,misericordioso, se vogliamo, ma che dia speranza nel futuro,poi,lungo o breve che sia ,questo lo lasciamo decidere dal destino….

mercoledì 18 aprile 2012

Le case abbandonate....


Sono ormai molte le case di campagna abbandonate ,come questa nei dintorni di Mondaino,lasciata a se stessa .
Questo brano di poesia è appunto dedicato all'abbandono della campagna:
L’abandòun -L’abbandono, di Giovanna Riguzzi Bonandi

Da la vèta ad ste mount
du ch’l’è la mi burghèda
ò asistì incuscienta
a l’abandòun dla campagna
da tòta la mi zènta.
O’ vèst sora chi bròz
mobil lugrè d’i tèral
e un po’ ad strèz arpzè:
ò piazù cun lou
quand ch’a-s sem salutè.
……..

Dalla vetta di questo monte/dov’è la mia borgata/ho assistito incosciente/all’abbandono della campagna /da tutta la mia gente.
Ho visto sopra i carri/mobili logorati dai tarli/e un po’ di stracci rammendati:/ho pianto con loro/quando se ne sono andati.

venerdì 13 aprile 2012

I "patriarchi " emiliano-romagnoli



In Emilia Romagna sono più di 500 gli alberi secolari censiti,sopravvissuti a calamità, malattie e guerre e fra questi “patriarchi”, due castagni raggiungono l’età ragguardevole di 800 anni.
Uno è a Camugnano, nel bolognese,e al suo interno è stata sistemata nientemeno che una panca che permette di far stare sedute a ben 12 persone.
L’altro castagno si trova a Monteombraro, nella campagna modenese , piantato ancora all’epoca di Matilde di Canossa.

martedì 10 aprile 2012

Il passero d'Italia



Il passerotto è una di quelle specie che ha sempre vissuto benissimo accanto all’uomo,sia in campagna che in città,sfruttando al meglio tutti i vantaggi di questa convivenza: dove c’è l’uomo c’è anche lui.
I passerotti si muovono quasi sempre in gruppetti(composti da 10-20 coppie più la prole), sia quando cercano da mangiare sia per avvertirsi vicendevolmente del pericolo, ma spesso anche per litigare e non certo silenziosamente.
Questi piccoli ma rumorosi”battibecchi” tra gli esemplari maschi il più delle volte sono causati dal cibo ,o per aggiudicarsi i posti migliori per nidificare o da un’ attraente passerotta.
I passeri rimangono fedeli per tutta la vita alla loro partner, amano moltissimo la vita in comunità e,
in base alla quantità di cibo disponibile nidificano anche tre volte all’anno, deponendo da 3 fino a 8 uova ,nutrendo i piccoli nel nido per due settimane.
Benchè siano soprattutto granivori, i passeri mangiano una certa quantità di insetti in primavera e si adattano a consumare tutti i tipi di resti alimentari lasciati in
giro dall'uomo...
A primavera avanzata si possono vedere stormi di questi piccoli uccelli, soprattutto i più giovani,che partono “per fare le vacanze” in campagna,in cerca di campi di grano,dove si ciberanno dei chicchi ormai maturi.

venerdì 6 aprile 2012

Le terraglie rappezzate di una volta....



Una volta tutto si faceva durare a lungo, tutto o quasi si aggiustava ,si rappezzava o si riutilizzava.
Anche con le stoviglie della cucina non si faceva differenza,, tazze e piatti sbeccati o scompagnati venivano messi in tavola tutti i giorni senza tanti complimenti e nessuno ci trovava da ridire.
Quando poi si rompeva o si spaccava qualcosa ,per mantenere in vita “la tegia” ,brocche,orci,pentole di terracotta e in rame, o padelle e tegami,l’arzdòra, quando sentiva passare per strada “e’ puntadòr”o “e’spranghìn”,lo spranghino,lo chiamava per fare le dovute riparazioni.
Questi abili artigiani, da tempo ormai completamente scomparsi , giravano per le campagne con i loro attrezzi,tra i quali un trapano a mano ,detto e’puntirùl”,con cui foravano le parti rotte di un recipiente fissandole con uno o più punti di metallo e applicavano pezze di rame agli oggetti logorati.Certo non era bello da vedersi, un orcio rappezzato, ma pazienza, una volta non si guardava tanto al bello quanto all’utile!
Un altro artigiano simile era “e’ stagnin”,lo stagnino, molto apprezzato per riparare buchi o crepe nei paioli o nei calderoni per il bucato con il procedimento della stagnatura ,che sapeva eseguire senza che lo stagno facesse grumi ,e accontentandosi, spesso, di essere pagato con un pezzo di pancetta, fagioli o un sacchetto di farina.
Erano artigiani ben accetti nelle case di campagna anche perché portavano sempre novità , raccoglievano notizie su quello che capitava nei dintorni e le loro visite erano sempre occasione di chiacchiere e intrattenimento.

domenica 1 aprile 2012

La siccità,calamità di ogni tempo.


In questo periodo aumenta la preoccupazione per il perdurare della siccità,un vero problema in campagna per la buona riuscita delle coltivazioni ortofrutticole e di cereali.
Lunghi periodi di siccità hanno tormentato i nostri avi fin dai tempi lontani e nelle cronache parrocchiali e negli archivi comunali di alcuni paesi del nostro territorio possiamo leggere alcune di queste note.
Dal libro dei battesimi della chiesa di Gatteo veniamo informati che per “tutta l’estate del 1854 fu caldissimo e sempre asciutto fino alla metà di novembre.La gran difficoltà del macinare (essendo i mulini ad acqua e i fiumi asciutti)fu causa di vera carestia: nessuno aveva più di che far pane giacchè non più si macinava”.
Un altro anno di grave siccità fu l’anno 1866, quando” dopo ostinatissima siccità di vari mesi,nel giorno 12 settembre 1866 piovve sterminatamente che si allagarono molte campagne, si allagò con immenso danno la città di Rimini , caddero ponti tra i quali uno a Savignano e vi furono danni orribili in tante parti”.
Ma terribile fu l’annata 1893,ricordata in Romagna come “l’anno della secca”: da fine gennaio a fino quasi tutto aprile nemmeno una goccia d’acqua.
Si fece ricorso anche a preghiere e processioni: a Gatteo si portò in corteo la “Madonna del Popolo”, a Santarcangelo di Romagna tutte i preti delle otto Parrocchie si attivarono ognuno coi loro santi protettori con gran concorso di ogni sorta di popolazione .
Le solenni processioni vennero più volte replicate finchè ,”a Dio piacendo ,alle 8 pomeridiane del 29 aprile si ebbe la prima pioggia della corrente primavera a beneficio della povera campagna ridotta in assai cattivo stato per la troppa continua siccità”.
Insomma, la siccità perdurante ha periodicamente causato notevoli danni economici; i nostri avi si raccomandavano spesso e volentieri ai Santi e alla Madonna e sembra che queste pratiche non siano affatto cadute in disuso , anzi, preghiere e suppliche per evocare la pioggia qua e là si stanno già tenendo , speriamo solo che facciano effetto!

giovedì 22 marzo 2012

Le vecchie case di campagna.



Le vecchie case coloniche che ancora sopravvivono ,seppur rimaneggiate ,nella nostra campagna ,sono state opera non già di architetti, ma di semplici capimastri.
Agli architetti erano riservate le grandi fabbriche,i palazzi e le ville della gente di potere,con scaloni pieni di colonne e marmi,gli alti soffitti pitturati e le vaste balconate.
Invece per le case del popolo e per i contadini era sufficiente l’esperienza e il sapere che la storia del paese aveva insegnato a fare nei secoli, con i tetti della giusta pendenza come la pioggia e la neve avevano suggerito e con l’orientamento e l’esposizione più favorevole per ottenere il meglio dal sole e dalla luce in ogni periodo dell’anno.
Il capomastro era una persona di grande esperienza ,era il responsabile del lavoro ,comandava la squadra dei muratori che si dividevano in “muratori di prima e di seconda” i quali avevano sotto di loro i manovali ,che impastavano la calce e trasportavano mattoni e materiali su e giù per le impalcature.
Adesso, quando si apre un cantiere, la prima cosa che si fa è innalzare la gru, immensa, anche se la casa non supera i due piani fuori terra, invece una volta ogni operazione si faceva con fatica e sudore, aiutandosi con poche impalcature,un filo a piombo , scale a pioli e una semplice carrucola….
E in campagna ne venivano fuori le belle case di mattoni rosati e travature di legno, con il grande portico esposto a sud,la cantina , l’ampia cucina e la stalla con la doppia esposizione per assicurare una buona aerazione alle bestie.
Erano case pressoché simili tra loro,di poca manutenzione, scarne,pratiche, con i pavimenti e la scala di mattoni rossi che la mattina si spruzzavano con dell’acqua e si spazzavano velocemente, lasciando un caratteristico odore di pulito che , sentito una volta , non lo si dimentica più!

La casa colonica della foto è quella dove è nato mio padre nel 1930, a quel tempo aveva già più di 100 anni e faceva parte della grande tenuta del Principe Torlonia, che contava più di 140 poderi.